Che cosa ci dice l'aggressione a Belpietro
E’ persino inutile esprimere l’indignazione per l’aggressione subita dal direttore di Libero Maurizio Belpietro. La professionalità degli uomini di scorta ha evitato una tragedia, e di questo bisogna essere grati, ma naturalmente questo non cancella la gravità dell’accaduto. Il fatto che dirigere un giornale combattivo, esprimere opinioni nette e quindi ovviamente controverse, metta in pericolo la vita e la sicurezza è davvero una intollerabile limitazione della libertà di espressione.
21 AGO 20

E’ persino inutile esprimere l’indignazione per l’aggressione subita dal direttore di Libero Maurizio Belpietro. La professionalità degli uomini di scorta ha evitato una tragedia, e di questo bisogna essere grati, ma naturalmente questo non cancella la gravità dell’accaduto. Il fatto che dirigere un giornale combattivo, esprimere opinioni nette e quindi ovviamente controverse, metta in pericolo la vita e la sicurezza è davvero una intollerabile limitazione della libertà di espressione. Non vale la pena di fare la conta di quanti giornalisti di questa o di quell’altra coloritura politica debbano vivere sotto scorta, fosse anche uno solo sarebbe troppo. Questa situazione, va detto, dura da anni, il che testimonia una realtà diffcile da accettare: in un paese democratico e civile dire quel che si pensa è pericoloso.
Perché? Non è facile rispondere senza rifugiarsi nelle giuste ma ovvie recriminazioni sui sentimenti di odio e di totale disprezzo che accompagnano e inquinano la necessaria dialettica politica. E’ un clima col quale siamo costretti a convivere da quarant’anni, perché, al di là della solidarietà espressa con sincerità da tutti i responsabili di fronte a fatti di violenza politica, manca un’azione comune per estrometterla davvero e definitivamente dal confronto. Se si incita alla caccia all’uomo, come ha fatto per esempio Antonio Di Pietro contro Marcello Dell’Utri, ci si sottrae al dovere di garantire a tutti il diritto di espressione, con conseguenze indirette ma inequivocabili.
Perché? Non è facile rispondere senza rifugiarsi nelle giuste ma ovvie recriminazioni sui sentimenti di odio e di totale disprezzo che accompagnano e inquinano la necessaria dialettica politica. E’ un clima col quale siamo costretti a convivere da quarant’anni, perché, al di là della solidarietà espressa con sincerità da tutti i responsabili di fronte a fatti di violenza politica, manca un’azione comune per estrometterla davvero e definitivamente dal confronto. Se si incita alla caccia all’uomo, come ha fatto per esempio Antonio Di Pietro contro Marcello Dell’Utri, ci si sottrae al dovere di garantire a tutti il diritto di espressione, con conseguenze indirette ma inequivocabili.